Meta presenta Muse come un agente personale costruito attorno alla privacy dell’utente. L’architettura è interessante e introduce protezioni concrete, ma c’è una differenza sostanziale tra dichiarare di non voler accedere ai nostri dati e costruire un sistema nel quale non sia possibile farlo. Oggi quella differenza esiste ancora.
Muse è probabilmente una buona rappresentazione di dove stanno andando gli assistenti AI. Non più chatbot ai quali facciamo una domanda, ma agenti che conoscono quello che facciamo, ricordano ciò che diciamo e agiscono per nostro conto.
Meta lo ha presentato l’8 settembre come un personal AI agent: può lavorare sulle nostre email, utilizzare il calendario, navigare sul Web, compilare moduli, effettuare acquisti e portare avanti attività anche quando abbiamo chiuso l’applicazione. Ricorda informazioni condivise in precedenza e può usarle per proporre autonomamente qualcosa che ritiene utile.
Più diventa utile, più deve conoscerci.
Ed è qui che la faccenda diventa interessante.
Meta insiste molto sul fatto che Muse sia stato progettato per essere privato e separato dagli altri suoi sistemi. La domanda, però, è abbastanza semplice: quanto è davvero indipendente da Meta?










