I capi corrono verso gli agenti AI, chi scrive codice prova ad arrivare a domani
Una giornata ad AI Conf, e la distanza che ho riconosciuto tra l'entusiasmo di chi decide e la fatica di chi tiene in piedi i software che già esistono. In mezzo, come sempre, ci sono persone vere.
In una giornata fatta di demo e dibattiti, la cosa che mi è rimasta addosso, dopo aver passato ieri ad AI Conf 2026 a Milano, è un numero che Andrea Saltarello, il fondatore di Improove (la community che organizza la conferenza), ha lasciato cadere quasi di sfuggita durante la nostra intervista. Incrociando una survey tra le aziende con quello che la gente guarda davvero sulla sua piattaforma, salta fuori che tre aziende su quattro dichiarano di usare già l’intelligenza artificiale agentica, quella che invece di limitarsi a rispondere prova a portare a termine interi compiti da sola, un passo dopo l’altro. I capi la vogliono e la mettono in cima alla lista, dai CEO ai fondatori.
Poi guardi cosa fanno gli sviluppatori, quelli che il codice lo scrivono per mestiere. Il contenuto più visto da chi programma in Italia, sulla stessa piattaforma, è il .NET, un framework di Microsoft che esiste da più di vent’anni, lo strumento con cui si tengono in vita e si fanno evolvere i software che già girano nelle aziende. L’AI agentica, quella che i capi mettono al primo posto, tra chi scrive codice non entra nemmeno nei primi cinque argomenti. Verrebbe da liquidare il .NET come roba vecchia, se non fosse esattamente la roba che funziona e che qualcuno deve far funzionare ogni mattina.
Questa distanza mi gira in testa da mercoledì perché la riconosco. Ho passato anni nelle stanze dove si decide, quelle piene di entusiasmo e di slide sul futuro, e conosco bene anche l’altra parte, quella di chi a fine giornata deve solo sistemare il bug e far arrivare il sistema a domani. Sono due tempi diversi della stessa storia: i vertici vivono nel futuro perché è il loro mestiere immaginarlo, chi scrive codice vive nel presente perché è lì che il software o gira o si pianta.
Chi guida legge i report sull’AI che cambierà tutto e ci crede, perché è il suo lavoro crederci. Per chi sta sotto, invece, quella stessa parola arriva dall’alto come l’ennesima cosa da imparare, sopra a un lavoro che già fatica a stare dentro le otto ore. La promessa è che l’AI liberi tempo, mentre per molti la sensazione quotidiana è che di tempo per studiarla non ce ne sia mai abbastanza. È una tensione che conosco bene, da tutte e due le parti.
Quei numeri raccontano il pubblico di Improove, fatto di sviluppatori e tecnici già immersi nell’AI, e non l’intera industria italiana. E già lì, tra chi questa roba la mastica tutti i giorni, lo scarto tra il discorso dei capi e la pratica di chi costruisce è enorme. Figurarsi fuori da quella bolla.
A tenere insieme la giornata, più dei supercomputer e dei nomi grossi sul palco (da AWS al CERN), è stata un’idea di Saltarello che continuo a rigirarmi. Sul servizio di recruiting che ha messo in piedi ha vietato di chiamare i candidati “risorse”, e l’ha spiegato così: il piombo è una risorsa, il rame è una risorsa, qui stiamo parlando di una persona. L’ha detto tra una battuta e l’altra, e in mezzo a una conferenza tecnica piena di sigle suonava quasi spiazzante. A me è parsa la frase più sensata di tutta la giornata.
Costruiamo agenti che lavorano da soli e supercomputer che in un’ora fanno il lavoro di mesi. Alla fine dell’intervista ho chiesto a Saltarello qual è il suo desiderio più grande, a uno che di codice ne scrive da trent’anni, e mi ha risposto che vorrebbe semplicemente riuscire a passare più tempo con le persone a cui tiene. Tutta questa potenza la stiamo tirando su per liberare tempo, e la prima cosa che desidera chi la costruisce è del tempo da passare con qualcuno. Ditemi anche voi da che parte state più spesso, dentro questa distanza tra chi sogna la prossima ondata e chi manda avanti quello che c’è già.
La versione tecnica, con tutto il programma e gli altri ospiti, esce sabato su HW Upgrade.




Un manager, mentre mio cognato stava dando le dimissioni in un momento di crisi aziendale gli disse, per tentare di fargli cambiare idea, che in fin dei conti erano tutti sulle stessa barca e che si doveva salvare l'azienda. Per tutta risposta mio cognato disse: "Lei è sullo yacht a bere champagne mentre io sono su di una bagnarola in cui entra acqua, forse anche per colpa sua". E se ne andò.
Purtroppo molti manager non sanno neanche quello fanno i propri dipendenti, si riempiono la bocca di paroloni, di slogan imparati a pappagallo, di mission e di hype ( per non sembrare antiquati o magari spinti dalle big consultants ) ma non tutti si rendono conto della <realtà> aziendale.
Sto facendo esperienze con gli agent in ambito broadcast video ( da non confondere con la generazione di video ) e tenere imbrigliate le "bestie" non è affare di tutti i giorni.
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