Ho riletto «Technopoly» nel 2026, con una cautela
Nel 1992 Neil Postman descrisse una cultura che chiede alla tecnologia di decidere che cosa conta. Rileggendolo oggi ho ritrovato una diagnosi ancora utile e un pessimismo con cui continuo a discutere
Recentemente ho riletto Technopoly: The Surrender of Culture to Technology. L’avevo ripreso in mano quasi per curiosità, aspettandomi un reperto d’epoca, una di quelle critiche alla televisione che invecchiano come il latte. Dopo poche pagine mi sono accorto che Postman stava descrivendo il mondo in cui apro la mail ogni mattina. Lo aveva pubblicato nel 1992, quando il primo browser esisteva già ma Mosaic non aveva ancora portato il Web sui computer di massa. Questa vicinanza mi ha accompagnato per tutto il libro, a volte con la sensazione poco gradevole di essere descritto anch’io.
Postman era un teorico dei media, lo stesso di Amusing Ourselves to Death del 1985, il libro in cui sosteneva che la televisione stava sottoponendo politica e religione alle regole dell’intrattenimento. Technopoly allarga l’analisi dal singolo mezzo al rapporto fra una cultura e i suoi strumenti, che è poi il rapporto su cui lavoro e scrivo da anni.
Cosa si intende per «technopoly»
Postman distingue tre stadi nel modo in cui una società convive con la tecnologia. Nelle culture che chiama tool-using, gli strumenti risolvono problemi concreti o servono il mondo simbolico della comunità, senza diventarne il principio ordinatore. Nella tecnocrazia, che colloca soprattutto nell’Occidente industriale, gli strumenti acquistano un posto centrale e le tradizioni devono difendere la propria autorità. La technopoly rappresenta lo stadio della «deificazione» della tecnologia. Secondo Postman, gli Stati Uniti del 1992 ne erano il primo caso storico: una cultura che cerca la propria autorizzazione nella tecnologia, vi trova le proprie soddisfazioni e ne riceve ordini.
Questa definizione mi ha messo a disagio. La frase «c’è un tool che lo fa» la sento spesso e, lo ammetto, qualche volta la pronuncio io. Diventa difficile liquidare Postman come un accademico spaventato quando riconosco nella sua descrizione un’abitudine che mi appartiene.
Il re Thamus e lo scarico cognitivo, nel IV secolo avanti Cristo
La storia di Thamus è una delle pagine su cui mi sono fermato più a lungo, anche perché l’avevo già incontrata ragionando sul mio lavoro. Postman riprende un mito che Platone mette nel Fedro: il dio Theuth presenta al re egiziano Thamus la scrittura, vantandola come rimedio per la memoria e aiuto alla sapienza. Thamus replica che l’affidamento ai segni esterni produrrà dimenticanza e offrirà agli allievi una parvenza di sapienza. Letta dopo una giornata trascorsa fra modelli linguistici, questa pagina ha qualcosa di molto familiare.
La ricerca contemporanea chiama cognitive offloading l’uso di azioni o strumenti esterni per ridurre la domanda cognitiva di un compito; il Fedro ne contiene un antecedente sorprendente. Ne avevo scritto a proposito dell’IA usando la metafora del muscolo che smettiamo di allenare e sono tornato sul punto commentando l’enciclica di Leone XIV, dove il testo ufficiale invita a «digiunare dall’IA». Ritrovare lo stesso timore in Platone mi ha fatto bene: mi ha ricordato che la nostra ansia ha radici antiche e che ogni generazione tende a considerare inedita la propria.
La rilettura mi ha costretto anche a correggere il ricordo che avevo conservato di Postman. Nel tempo lo avevo ridotto a un pessimista tecnologico, mentre il testo arriva a una conclusione più precisa: ogni tecnologia consegna vantaggi e impone costi, insieme. Postman riconosce perfino che la propria inclinazione a parlare soprattutto dei costi sia un errore, pur ritenendolo preferibile alla devozione degli entusiasti. Nel 2026 gli entusiasti dispongono di bilanci da miliardi e di un palco a ogni conferenza; capisco perché abbia scelto di alzare la voce dall’altra parte.
Quando l’informazione perde significato
È la parte in cui mi sono riconosciuto di più, perché una quota crescente del mio lavoro consiste nel capire quale informazione meriti fiducia e quale stia soltanto occupando spazio. Postman descrive il passaggio dalla scarsità all’eccesso di informazione. Per gran parte della storia umana il problema era averne troppo poca; istituzioni come il tribunale e la scuola funzionavano anche da filtri, stabilendo quale informazione fosse ammissibile e quale peso assegnarle. Nel suo lessico, la technopoly prende forma quando queste difese diventano inadeguate davanti a un flusso prodotto dalla tecnologia più rapidamente di quanto la cultura riesca a dargli un significato. Leggendolo, ho pensato a quante volte termino una giornata con più informazioni di quante ne avessi al mattino e con meno certezze su quali contino davvero.
Durante la rilettura continuavo a pensare all’IA generativa, che aggiunge al quadro di Postman una possibilità assente nel 1992: l’informazione può essere generata su richiesta, su scala industriale. I modelli linguistici imparano a prevedere sequenze di parole e possono produrre affermazioni plausibili ma false; la ricerca delle fonti e la verifica umana riducono il problema senza eliminarlo. La responsabilità si distribuisce fra chi sviluppa il modello e chi pubblica il risultato, perché ogni scelta di integrazione sta nel mezzo. È un passaggio che sento vicino: quando uso questi strumenti, la fluidità della risposta continua a tentarmi più della sua accuratezza.
Il passaggio su Frederick Taylor mi ha riportato a un articolo che avevo scritto pochi mesi prima. Postman riconduce la fiducia in una soluzione tecnica per ogni problema umano anche allo scientific management e alla ricerca dell’«unico modo migliore», calcolabile dall’esperto che possiede i numeri giusti. Io ne avevo scritto a proposito della proposta organizzativa di Block: il progetto non prevede uno strato permanente di middle management e affida a un «world model» aziendale una parte delle funzioni di coordinamento. Gli autori dichiarano che la transizione è agli inizi, prevedono che alcune parti si romperanno e riservano alle persone le decisioni etiche o ad alto rischio. Rileggendo Postman ho visto con maggiore chiarezza l’aspirazione che accomuna Taylor e Block, cioè rendere computabile il coordinamento, pur con cautele molto diverse.
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Perché leggerlo adesso, con quale cautela
Nelle ultime pagine ho sentito crescere una certa distanza da Postman. Le pagine sull’eccesso informativo e sull’autorità ceduta agli strumenti mi avevano convinto; la distribuzione dell’attenzione fra costi e possibilità continuava invece a sembrarmi troppo sbilanciata. È una reazione personale, legata anche al lavoro che faccio e alle occasioni in cui ho visto questi strumenti permettere a qualcuno di fare una cosa che, fino al giorno prima, gli era preclusa.
Questa volta, però, l’ho letto con più attenzione. Postman chiude chiedendo al lettore di diventare un loving resistance fighter, cioè un resistente capace di conservare affetto per ciò che vuole difendere, e scrive che la consapevolezza dei rischi offre ancora ragioni per sperare. Nel mio ricordo quella speranza era quasi scomparsa. Rimane una scelta polemica deliberata: Postman dedica ai costi molto più spazio di quanto ne riservi alle possibilità, perché considera necessaria una voce dissenziente nel frastuono degli entusiasti. Ora capisco meglio la scelta, anche se non riesco a seguirlo fino in fondo.
Il ricordo che mi trattiene è quello di un pomeriggio trascorso a costruire un piccolo videogioco con il figlio di nove anni di un mio cugino. Lui inventava le regole su un foglio; io le traducevo in istruzioni e verificavo il codice generato dal modello. In mezz’ora la sua idea era diventata giocabile. Mi è rimasta la naturalezza con cui aveva trattato l’IA, senza reverenza e senza paura, come un mezzo per dare forma a qualcosa che aveva già in testa. Quel pomeriggio documenta una possibilità concreta, che richiederebbe molti altri casi prima di diventare una tendenza generale e che, nella contabilità di Postman, trova poco spazio.
Dopo questa rilettura, tengo Technopoly vicino per controllare le promesse tecnologiche che incontro nel mio lavoro, comprese quelle che mi entusiasmano. Il libro mi obbliga a chiedermi quali pratiche diventano marginali, quali competenze si spostano, chi paga il costo e chi può usare davvero il beneficio. Non sempre mi piace la risposta, e probabilmente è il motivo per cui continuerò a consultarlo.
Da quando ho chiuso il libro mi tornano due domande: chi decide che cosa questi sistemi debbano ottimizzare, e quali abitudini mantengono allenato il giudizio necessario per distinguere l’informazione che ha senso da quella che ne possiede soltanto l’apparenza. Thamus poneva il problema per la scrittura. Con i modelli cambiano la scala e la velocità; quando li uso, la responsabilità di attribuire significato e stabilire i limiti continua a essere mia.
Alla prossima!
Luciano
Un ringraziamento a Carlo Nardone che mi ha suggerito la lettura di questo libro.
Se vi è servito, giratelo a qualcuno che usa l’IA ogni giorno e comincia a chiedersi che cosa stia delegando insieme al lavoro. Postman può aiutarci a riconoscere il prezzo nascosto dentro ogni comodità, prima che diventi un’abitudine difficile da vedere.




T.S.Eliot un secolo fa scriveva :
Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?
Noi potremmo continuare
Dov'è l'informazione che abbiamo perso nel dato?
Dov'è il dato che abbiamo perso nell' AI?
Grande Postman! A questo punto devo rileggerlo, grazie Luciano per averlo ripescato!