Ho intervistato chi ha firmato la sovranità tecnologica, i sindaci intanto chiedevano dell'acqua
Alla World Tech Conference di Milano il governo ha firmato la Dichiarazione Volta, e io ho intervistato due dei firmatari. La parte che mi porto a casa riguarda chi deciderà dove mettere i data center
La settimana scorsa si è chiusa all’Allianz MiCo di Milano la prima World Tech Conference, quattro giornate di palchi e tavole rotonde il cui momento più sostanzioso è arrivato con la firma della Dichiarazione Volta, presentata dal sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti davanti a Henna Virkkunen, la vicepresidente della Commissione europea che ha in delega proprio la sovranità tecnologica. Il nome celebra il bicentenario della morte di Alessandro Volta, che cade nel 2027, e la sostanza è un protocollo d’intesa triennale, cioè un patto che impegna governo, CNR, Confindustria e un gruppo di aziende (dentro ci sono Enel, Almaviva, Sielte e la canadese D-Wave) a coordinarsi su intelligenza artificiale e calcolo quantistico, con un tavolo permanente battezzato Volta Forum che dovrà fare il punto ogni anno sui progressi del Paese. Dopo la conferenza ho intervistato Butti e Andrea Lenzi, il presidente del CNR, e l’analisi completa è uscita stamattina sulla mia rubrica di HWUpgrade. Qui voglio fermarmi su un passaggio solo, quello che da una settimana non riesco a togliermi di dosso.
A Butti va riconosciuto che è stato la voce più concreta della giornata. Sull’IA ha ammesso che l’Italia è destinata a rincorrere, il che, detto da un membro del governo davanti ai microfoni, non è scontato. Sul calcolo quantistico pensa invece che possiamo stare nel gruppo di testa, e la sua scommessa poggia sulle persone: secondo lui in Europa ci sono una quindicina di matematici capaci di lavorare sul quantum ad altissimo livello, e la metà starebbe da noi. Ha anche detto chiaro che i data center, i capannoni pieni di server dove i dati vengono lavorati e custoditi, consumano talmente tanta energia che alimentarli con le sole rinnovabili è considerato irrealistico, e che quindi il governo intende reintrodurre il nucleare con gli SMR, reattori a fissione di taglia ridotta che a regime dovrebbero fornire i 250-300 megawatt necessari a far girare un centro di calcolo. Sono dichiarazioni che in un’intervista di solito si evitano, e gliene do atto.
Poi arriva il passaggio che mi ha fatto storcere il naso. Nei mesi scorsi una cinquantina di sindaci dell’area milanese ha scritto alla Regione chiedendo di rivedere la legge sui data center, mettendo nero su bianco di non essere affatto contrari allo sviluppo tecnologico: volevano più voce in capitolo su quanta acqua consumano questi impianti, quanta corrente assorbono e quanto suolo occupano. Butti ha inquadrato quella resistenza come un problema di comunicazione, da affrontare con la moral suasion, cioè con la persuasione, per sconfiggere il misoneismo, la parola colta che indica la paura del nuovo, e per far capire alla gente che la tecnologia è un’amica. Dei sindaci fanno domande su grandezze che si possono misurare, e la risposta che ricevono è una diagnosi sul loro stato d’animo. Spostare la discussione dai numeri, che si possono verificare, agli umori, che restano intangibili, conviene soprattutto a chi sul terreno dei numeri avrebbe risposte più scomode da dare.
Questo scarto tra il palco e le richieste locali è una faccenda che seguo da tempo. Il guadagno della Dichiarazione Volta, in sovranità dichiarata e posti di lavoro qualificati, si incassa oggi, con la firma, la fotografia e i titoli dei giornali. I costi materiali, dall’energia che gli impianti bruceranno al suolo che occuperanno, fino all’effetto sulle comunità che se li ritroveranno a un’uscita di tangenziale, si distribuiranno invece sugli anni in cui le infrastrutture verranno costruite e accese, quando i riflettori saranno spenti da un pezzo. È lo scarto temporale tra guadagni che si contabilizzano subito e costi che si materializzano più avanti, quello che nel mio libro chiamo Ghost GDP temporale, e i data center sono uno dei casi in cui si osserva meglio.
Lenzi, nella mia intervista, ha portato la conversazione dove me l’aspettavo meno. Quando gli ho fatto notare che oggi l’IA sta in mano a poche aziende private americane, ha risposto che le IA nascono nelle idee dei ricercatori e non nelle aziende che le vendono, e che mentre le imprese impacchettano i sistemi di oggi la scienza si sta già muovendo oltre. Poi ha ridimensionato l’entusiasmo per gli algoritmi generativi con un’immagine vecchia come il mondo: il primo ricercatore è stato quello che ha imparato a usare il fuoco, e il fuoco se lo usi per cuocere va bene, se lo usi male ti brucia la casa. Dopo mesi in cui abbiamo letto interviste in cui l’IA confessa di voler vedere il mare, sentir dire dal presidente del CNR che è uno strumento e basta è quasi una boccata d’aria. Resta aperta la domanda da cui lui stesso era partito, cioè chi tiene il coltello dalla parte del manico: anche il fuoco è uno strumento, eppure su chi può accenderlo, dove e con quali regole ci abbiamo costruito sopra qualche millennio di istituzioni, mentre le regole sul manico dell’IA le stanno scrivendo per ora soprattutto le aziende che la vendono.
Da cittadino che tra qualche anno potrebbe ritrovarsi un data center vicino a casa e un reattore modulare in qualche valle, quello che mi resta tra le mani è che le decisioni grosse, su dove mettere le infrastrutture, quanta energia destinargli e quale nucleare a quali condizioni, le stanno prendendo le stesse persone che erano sul palco a spiegare che la tecnologia è un’amica. Possono pure avere ragione. Mi piacerebbe però vederle discusse col vocabolario dei costi e delle scelte, che è quello usato dai sindaci nella loro lettera, mentre per ora, a Milano, si è sentito quasi solo quello dell’amicizia tra noi e le macchine. Ditemi voi nei commenti: dalle vostre parti è già arrivato un progetto di data center, e come ve l’hanno raccontato?
La versione completa, con tutti i dettagli sulla Dichiarazione Volta, sui firmatari e sulle due interviste, la trovate su HWUpgrade.
Alla prossima!
Luciano




Da un annetto si parla dell’ipotesi di costruire un data center vicino a casa mia in una ex area industriale dismessa, ipotesi che rimpiazza quella precedente di un centro logistico.
La reazione locale è stata quella di di dare per scontato un grande consumo di acqua e l’inquinamento dei generatori diesel di emergenza. Proprio come ha detto Butti, è subito uscito il misoneismo a cui aggiungerei la matrice pseudo ambientalista ideologica.
Consumo di suolo non ce ne sarebbe essendo un’area industriale e siamo anche in Lombardia dove c’è una legge regionale che incentiva la costruzione di data center preferendo aree dismesse e tecnologie a basso impatto ambientale.
Non si è mai parlato da dove si intenderebbe prendere l’energia né di quanta ne serva, d’altronde il progetto non è stato ancora rivelato.
Sono però sicuro che non appena uscirà ufficialmente il progetto nascerà immediatamente un comitato del no che (misoneista o forse sarebbe meglio chiamarlo NIMBY) non vorrà sentire ragioni.
Siamo sicuri che si debba dare in continuazione risposte a chi non vuol capire?
C'è un infestazione di datacenter in provincia di Milano, mi pare che i sindaci pensino solo agli incassi (che temo non compenseranno il danno ambientale)
Servono più informazioni
A Cornaredo (Milano ovest) articolo de Il giorno
https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/data-center-e-il-no-c37210c3?1783314704=&utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook&fbclid=IwT01FWAS4f25leHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR77EHgdPj80Gmg0KnWrReows4QX4CHbkoX9ZapcYGRSAbQ2b8iBp7B6s8fuQw_aem_eIq5l-hhFOuRpcVDU2jziQ
A Lambrate - Rubattino
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Nel comune di Peschiera Borromeo nel quartiere residenziale di San Bovio (al confine con Segrate - San Felice e molto vicino alla sede della Mondadori) dove un tempo c'era la sede della Postale market, Microsoft farà un datacenter. Non so se gli abitanti di quel quartiere hanno capito cosa succederà, leggendo la sintesi fatta da chi ha partecipato alla riunione è chiaro che si pensa di risolvere tutto con compensazioni economiche.
Temo che per via del caldo e del rumore le case si svaluteranno ( oltre al consumo d'acqua e danni all' agricoltura)
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Poi ci sono altri progetti di datacenter a Magenta enel pavese