Emma, l'AI italiana che ci ha fatto ridere per una settimana prima di sparire
Un Kg di pane più pesante di un Kg di piume, un modello da 550 milioni di parametri presentato come passo verso la sovranità tecnologica italiana. La parte comica ve la siete già goduta sui social.
Per qualche giorno, la settimana scorsa, il passatempo nazionale su X è stato far dire fesserie a Emma, l’intelligenza artificiale lanciata il 20 giugno da Egomnia, la società romana di Matteo Achilli. Gli screenshot girati a valanga sono di quelli che si commentano da soli: un chilo di pane che peserebbe più di un chilo di piume, un cane a cui viene riconosciuta la capacità di volare, tabelline che non tornano, qualche data inventata di sana pianta e un po’ di confusione sui politici. In mezzo a questa allegria circolavano anche risposte che facevano molto meno ridere, perché davanti a richieste pericolose, come quella di regalare un’arma a un bambino, il modello rispondeva con la tranquillità di chi non ha la più pallida idea del problema che ha davanti.
I numeri spiegano quasi tutto. Emma, nella versione finita in pasto ai social e che il sito ufficiale chiama Emma-5, gira su 550,4 milioni di parametri. I parametri sono i pesi numerici che il modello aggiusta durante l’addestramento per rappresentare come le parole si tirano dietro l’una con l’altra, e restano la misura più grezza ma più citata della stazza di un sistema del genere. Per darvi un riferimento, i modelli grandi come ChatGPT o Claude, con cui Emma è stata impietosamente messa a confronto, ne hanno migliaia di volte tanti, ma anche modelli locali che possono tranquillamente girare sul vostro PC, come Gemma 4, ne hanno 2 miliardi e rotti, 4 volte tanto, e non restituiscono risposte così imbarazzanti.
C’è poi un dettaglio più tecnico, sollevato da diversi sviluppatori sotto il post di lancio che Achilli ha pubblicato su LinkedIn, che spiega le risposte imbarazzanti meglio di qualsiasi battuta. A Emma mancherebbero gli ultimi passaggi dell’addestramento, quelli in cui un modello viene allineato alle preferenze umane e impara a rifiutare le richieste tossiche o assurde. È la fase che nei modelli grandi trasforma un generatore di testo grezzo in qualcosa che sa dire di no, e senza quella fase un sistema sforna con la stessa indifferenza la ricetta della torta e la risposta sbagliata sull’arma al bambino, perché non ha mai imparato che le due cose andrebbero trattate in modo diverso. Achilli, da parte sua, ha messo le mani avanti dichiarando su X che Emma è un progetto sperimentale, che ha pochi GB di dataset, e che è inutile chiederle calcoli o domande a trabocchetto, salvo poi ringraziare per le cinquantamila chat ricevute, numero che sul sito è già diventato oltre sessantamila.
La cosa che mi ha incuriosito più dei meme è una frase di Walter Quattrociocchi, professore ordinario di Informatica alla Sapienza, che all’ANSA ha fatto notare come il problema riguardi anche chi la interroga: valutare un modello linguistico come fosse un motore di ricerca vuol dire pretendere da un sistema di generazione statistica del linguaggio una forma di conoscenza che quel sistema non possiede. È lo stesso fraintendimento, rovesciato, di cui scrivevo non molto tempo fa a proposito dell’intervista di Veltroni a Claude. Là il pubblico aveva regalato un’anima a una funzione di completamento, mentre con Emma succede il contrario, perché chi la interroga si aspetta un’enciclopedia onnisciente e si offende quando trova un pappagallo statistico ancora mezzo addestrato. La macchina sotto resta la stessa in tutti e due i casi, un sistema che si limita a prevedere la parola successiva più probabile, e a cambiare è soltanto l’aspettativa con cui ci sediamo davanti allo schermo, che dice parecchio su di noi e poco o niente sul modello.
La parabola di Achilli, a dirla tutta, è più interessante del chatbot. Nel 2012, a vent’anni, fu incoronato dalla rivista Panorama Economy come “lo Zuckerberg italiano” per via di Egomnia, una piattaforma che doveva far incontrare domanda e offerta di lavoro tramite un algoritmo che assegnava un ranking ai candidati. Ne seguì un decennio di copertine, un passaggio sulla BBC nel documentario The Next Billionaires, perfino un film del 2017 ispirato alla sua vicenda, e in parallelo una serie di inchieste, a partire da quella di Wired, che si chiedevano quanta sostanza ci fosse sotto tutta quella visibilità. Egomnia si è quotata su Euronext Growth Milan nel 2024, oggi fattura circa 1,2 milioni di euro e ha chiuso il 2025 in perdita di 222mila euro con un indebitamento finanziario sopra il milione, e dentro questo quadro arriva l’annuncio di voler ridurre “drasticamente”, nel giro di uno o due anni, la dipendenza italiana da Anthropic, DeepSeek, Google e OpenAI. Detta da chi ha appena mandato online un modello che fa volare i cani, è un’ambizione che si commenta da sé.
Il finale, almeno per ora, è la parte che mi diverte di più. Dopo una settimana di sfottò, il sito di Emma è stato sostituito da una schermata che ringrazia per le oltre sessantamila chat e annuncia la sospensione temporanea del modello. La motivazione ufficiale è che “l’utilizzo emerso non è stato pienamente in linea con gli obiettivi previsti per questo tipo di test”. Tradotto dal comunicatese, vuol dire più o meno che la colpa degli scivoloni la danno agli utenti, rei di aver usato Emma proprio per vederla inciampare, che è un modo piuttosto elegante di rovesciare la frittata. Adesso Egomnia cerca tester per Emma-6, e bisogna riconoscere una certa disinvoltura nel battezzare Emma-5 un progetto e nel promettere già una Emma-6 quando il pubblico l’ha incrociato per la prima volta soltanto adesso.
Non voglio farne una morale, perché ridere di Emma è legittimo e in buona parte meritato. C’è però una cosa che la risata copre bene. L’Italia, in questa tecnologia, arriva con pochissime carte capaci di reggere il confronto, e un modello da 550 milioni di parametri impacchettato come sovranità tecnologica racconta più il ritardo da cui partiamo che un tentativo serio di recuperarlo. Nel frattempo buona parte di queste avventure cammina su soldi pubblici, tra crediti d’imposta, finanziamenti agevolati, bandi a fondo perduto e appalti, il che significa che gli annunci li paghiamo anche noi, mentre i modelli che usiamo davvero continuano a girare su server piazzati da tutt’altra parte. La prossima volta, però, che qualcuno annuncia l’AI italiana destinata a renderci indipendenti, prima di applaudire o di sghignazzare conviene chiedersi chi ci mette i soldi e cosa resta a valle quando il sito tornerà a mostrare la scritta “coming soon”.
Alla prossima!
Luciano
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Luciano, qui chi ti segue già lo sa che ci sono svariati modelli LLM sviluppati in Italia. Ma sono sconvolto dalla pessima luce che questa trovata getterà sulla percezione del grande pubblico ignaro riguardo allo stato delle cose dell'ecosistema italiano.
Dopo Bonny e Clyde, Emma e Claude.