Comprare invece di affittare: un mese con una IA che gira in locale
Quanta parte del vostro lavoro vive appesa a un canone mensile? Me lo sono chiesto dopo aver provato un'IA tutta mia
Per quasi tutti, oggi, l’intelligenza artificiale è una cosa che si paga a fine mese. Apri un’app, scrivi una richiesta, ricevi una risposta, e la fattura arriva puntuale come quella dell’affitto. Ho passato l’ultimo mese a prendere questa abitudine e a ribaltarla nel modo più letterale che mi veniva in mente, tenendo sulla scrivania una scatola nera grande come un libro dentro cui gira un piccolo studio di produzione video, senza che un solo file esca di casa. Il racconto tecnico, con i tempi di rendering e i nomi dei modelli che ho usato, l’ho scritto per Hardware Upgrade e lo trovate qui. Su queste pagine mi interessa invece un verbo che usiamo senza farci caso ogni volta che nominiamo queste tecnologie, cioè affittare.
La scatola si chiama DGX Spark, la produce NVIDIA, e ha una particolarità che vale la pena spiegare perché è il motivo per cui tutto il resto funziona: una memoria unificata da 128 gigabyte, cioè un’unica memoria condivisa tra il processore e la scheda grafica invece delle due separate che ha un computer normale. Tradotto, vuol dire che tutti i programmi pesanti di cui ho bisogno stanno caricati lì contemporaneamente, senza doversi passare i dati avanti e indietro come impiegati che si rincorrono tra due archivi. Su quella memoria faccio girare quelli che in gergo si chiamano modelli a pesi aperti, open weight: versioni di intelligenza artificiale che diverse aziende, parecchie cinesi come Alibaba e Tencent, pubblicano gratis e che chiunque può scaricare e tenersi sul proprio disco. Lo fanno per ragioni industriali tutt’altro che disinteressate, ma a me in questo momento interessa la conseguenza pratica per chi quei modelli poi li usa davvero.
La conseguenza è che il modello scaricato sul mio disco oggi continuerà a funzionare nel 2030, qualunque cosa decida nel frattempo chi l’ha pubblicato. Se l’azienda cambia idea, alza i prezzi o chiude il servizio, a me non succede niente, perché la mia copia è già qui e non ha bisogno di chiedere il permesso a nessun server per accendersi. Provate a confrontare questa tranquillità con la sensazione di scoprire una mattina che lo strumento su cui avete costruito mezzo flusso di lavoro ha raddoppiato la tariffa, oppure ha deciso che il vostro paese non rientra più tra quelli serviti.
Non è uno scenario di fantasia, e qui casca a fagiolo una cosa di cui ho scritto di recente. Nelle ultime settimane abbiamo visto modelli tra i più potenti al mondo venire sospesi per una direttiva sull’export, cioè per una decisione politica presa a migliaia di chilometri da chi quei modelli li stava usando per lavorare. Chi aveva costruito qualcosa appoggiandosi a quei sistemi si è ritrovato l’infrastruttura tolta da sotto i piedi senza che il proprio lavoro c’entrasse nulla. È esattamente il rischio che si corre quando la propria capacità produttiva vive in affitto sul computer di qualcun altro, dove dipende da contratti e da umori aziendali lontani su cui non si ha la minima voce in capitolo.
C’è una parte scomoda che preferisco mettere subito sul tavolo, perché su questa macchina circola un entusiasmo che non ho voglia di alimentare: possedere l’hardware costa, e costa parecchio. Parliamo di una macchina da quattromila euro abbondanti, a cui va aggiunto il fatto che è più lenta di una scheda grafica tradizionale di pari fascia, tanto che per starci dietro ho dovuto cambiare il mio modo di lavorare e mandarla avanti di notte, mettendo i compiti in coda e raccogliendo i risultati al mattino. Il conto torna soltanto se la usate molto e a lungo, perché il pareggio rispetto a quanto spendereste in cloud arriva piano. Se il vostro mestiere vive di risposte immediate, di risultati che volete vedere dieci secondi dopo averli chiesti, questa scatola vi farà venire i nervi e fareste meglio a restare in affitto. La proprietà conviene a chi lavora con i tempi lunghi, a chi ha progetti che maturano con calma mentre la macchina lavora da sola.
C’è però un caso in cui il computer di casa umilia il cloud senza nemmeno discutere, ed è quello che secondo me riguarda più persone di quante credano. Pensate a uno studio professionale che ha vent’anni di pratiche e documenti riservati e che vorrebbe interrogarli con l’intelligenza artificiale per ritrovarci dentro le cose. Caricare quell’archivio su un servizio online è proprio ciò che molti non possono fare, per regole o per semplice cautela. Tenerlo in casa, su una macchina che non parla con l’esterno, cambia completamente quali domande è lecito porsi. Il dato resta dove deve restare, ed è la potenza di calcolo a raggiungerlo.
Alla fine, la cosa che mi è rimasta addosso dopo questo mese non riguarda i video che ho generato, che pure mi hanno divertito parecchio. Riguarda una sensazione che non provavo dai tempi del mio primo computer messo insieme pezzo per pezzo, quando accendere una macchina voleva dire accendere qualcosa di mio, una cosa finita che mi apparteneva, senza l’anticamera di un servizio di qualcun altro. Continueremo quasi tutti a usare l’intelligenza artificiale in affitto, perché per moltissimi compiti è comoda e spesso più che sufficiente, e va benissimo così. Però varrebbe la pena chiedersi, ogni tanto, quanta parte del nostro lavoro vogliamo davvero lasciare appesa a un canone mensile e alle decisioni di qualcuno che non sa nemmeno chi siamo. Per certe cose, avere la chiave di casa in tasca vale i quattromila euro e la lentezza che si portano dietro.
Articolo pubblicato originariamente su Hardware Upgrade il 20 Giugno 2026




C'è un esempio ancora più "pesante" rispetto allo studio legale. Attualmente le scuole italiane gestiscono parecchi documenti sensibili in cloud (Google drive, senza limiti di memoria). I docenti hanno inoltre la possibilità di usare gemini illimitatanente e, quindi, di utilizzarla anche per lavorare documenti sensibili. Google garantisce che i dati non vengono utilizzati per allenare L'AI. Per quanto? Quanto sarebbe più sicuro se la publica amministrazione (in questo caso la scuola) passasse dal cloud (appartenente a una società privata) a un sistema locale come quello presentato nell'articolo?
Sarei tentato di comprarlo ma vorrei capire come funziona con il coding, usando un harness come opencode o pi coding agent, non riesco però a trovare informazioni precise